di Redazione - lunedì 30 Novembre 2015 [Carnico, Varie]

boschettiNei mesi scorsi è scomparso Giampietro “Furio” Boschetti, attaccante degli anni Settanta. Quelli con qualche primavera in più sulle spalle se lo ricorderanno bene. Invitiamo gli altri a leggere questo ricordo che di lui ha voluto esprimere Giorgio Savani, ora affermato professionista, all’epoca segretario e D.S. del Cercivento. Nel racconto di Savani, al centro c’è la figura di “Furio”, ovviamente, ma il contorno è storia semplice e genuina di quei tempi, quando il centravanti di una squadra del Carnico era un idolo per una generazione senza internet e senza Sky. Troppo semplice? Forse. Senz’altro, però, tutto vero. “I ricordi – che ho riscontrato in modo puntuale – mi derivano da un lato dalla mia ammirazione giovanile per l’atleta Furio, successivamente dai miei rapporti sportivi in dieci anni di segretario/direttore sportivo nel Cercivento ed infine dal rapporto di amicizia e conoscenza”. Così Savani “giustifica” il suo racconto che veramente vale la pena di leggere.

Boschetti Giampietro-Furio di Cercivento, il “fi da comàri”, il figlio dell’ostetrica, classe 1954.Le giovanili e la squadra del cuore: l’A.C. Paluzza
A Cercivento nel 1970 non c’era il campo sportivo e quindi neppure una squadra di calcio.
Furio era cresciuto nelle giovanili e giocò sempre nel Paluzza, salvo un anno in prestito al Sutrio nel 1972, per poi terminare la carriera a Cercivento.
Era molto bravo e di talento al tal punto che ancora giovanissimo fu portato a sostenere un provino a S. Siro ai tempi della grande Inter.
Non era come oggi che ci sono i campus estivi o le scuole del calcio e tutti possono provare: solo i veri talenti scelti dagli osservatori in incognito avevano la possibilità di fare un provino con le grandi squadre di serie A.
Furio aveva talento e tutte le caratteristiche fisiche, mentali e tecniche per la carriera da professionista ma aveva un limite che lo penalizzò durante il provino: segnava di destro, di sinistro, in movimento e nei tiri da fermo ma non colpiva il pallone di testa.

L’antefatto: l’incidente ferroviario
Aveva ancora il segno di una cicatrice sulla fronte che nascondeva una ferita mai superata. Infatti, da piccolino quando ancora viveva a Pontebba, era in braccio alla zia e per cause accidentali caddero entrambi sui binari mentre stava transitando il treno per Vienna: Furio si salvò solo perché la zia nell’ultimo disperato tentativo, questione di un attimo, prima di essere travolta e restare uccisa, riuscì a mettere in salvo il piccolo Furio gettandolo oltre i binari. Quel fatto tragico, stigmatizzato dalla grave ferita alla testa, condizionò il futuro calcistico di Furio ed in particolare l’esito negativo del provino con l’Inter.

Il primo goal di testa e … “d’anca”
Solo una volta, a fine carriera, quando giocava per il Cercivento appoggiò di testa una palla in rete e mi disse: “è il mio primo goal di testa di sempre” e mi raccontò l’aneddoto dell’incidente ferroviario!
Compresi in quel momento che anni prima, nel 1973, quando giocava con il Paluzza, (quell’anno poi promosso in Eccellenza ed il Cercivento neo-matricola “fanalino di coda”), in una partita contro il Cercivento, dallo sviluppo di un corner, Furio realizzò una “doppietta” e ci segnò un goal “d’anca”: i tifosi più esacerbati del Cercivento, con discussioni da “moviola”, ritennero di vedere invece un goal fatto con il “sedere” (a lu a fat apuéste cul cứl!) e qualificarono quel gesto atletico come uno “sberleffo” di un paesano all’insufficienza della matricola Cercivento.

Il bomber
Bomber di razza, fisico rilevante ma agile e scattante, Furio sapeva coprire il pallone come pochi, dribbling stretto, veloce e progressivo, non sprecava mai le occasioni, si divertiva e… segnava sempre!
Nelle aree avversarie creava ogni volta scompiglio e da solo sapeva tenere in fibrillazione i “rudi” difensori.
Riusciva ad intimorire le difese prima con la grande ma calma personalità, mai ostentata seppure sempre presente e percepibile, tipica di un leader e, poi, con la grinta e la determinazione.
Sapeva che solo l’impegno duro e costante, i sacrifici e le rinunce portano i risultati così come nella vita anche nello sport e quindi si impegnava da vero ed instancabile “professionista”.
Furio, giocò con il Paluzza, negli anni in cui questa squadra era forte da far “paura”.
Nel 1972, a 18 anni quando andò un anno in prestito con lo squadrone del Sutrio, insieme a Filaferro Fiore, arrivò secondo nella classifica cannonieri con 8 reti.
L’anno successivo, quando la Triestina Calcio militava in “C” assistetti all’amichevole con il Paluzza durante il ritiro. A pochi minuti dall’inizio, Furio si guadagnò la prima palla a centrocampo con la porta alle spalle ma con un giro velocissimo e con un guizzo felino lasciò di stucco lo stopper che lo aveva seguito in marcatura, evitò l’atterramento saltando il tentativo d’interdizione del mediano, triangolò di prima mi pare con Nodale “Picoio”, e dal limite dell’area piazzò una “bomba” all’incrocio dei pali lasciando tutta la retroguardia della Triestina impietrita ed il portiere sbigottito.
1-0 per il Paluzza, un gran goal, che aveva il sapore della vittoria.
Poi la Triestina si mise in raddoppio di marcatura su Furio e non arrivarono più palle giocabili per l’attacco e la partita finì 4-1.
Quell’anno Furio vinse con il Paluzza la classifica cannonieri con 22 reti e contribuì per la promozione in Eccellenza.
La grande crisi petrolifera ed il terremoto
Nel 1973 ci fu la grande crisi petrolifera mondiale e l’austerity.
Inflazione alle stelle, anche il 18/20% in un anno, la macchine circolavano a targhe alterne e non c’erano più le lire in spiccioli ma solo dei miniassegni di carta. La domenica le autovetture e motorini non circolavano. Mancava il lavoro ed era veramente dura.
Nonostante il successivo benessere indotto dai tragici due terremoti del 1976, anche allora, c’era chi per motivi di lavoro era costretto a lasciare il paese, la famiglia e gli amici.
A soli 22 anni Furio di fatto smise di giocare perché dovette emigrare per motivi di lavoro.
Perito edile, lavorò anche alcuni anni in Egitto prima come responsabile di cantiere per grandi opere e poi come direttore dei lavori.

Il calcio all’estero – La passione per ogni tipo di sport
Anche all’estero Furio quando poteva giocava con le squadre locali.
Al Cairo mise su una squadra di Italiani per giocare contro la fortissima squadra del Zamalek Calcio.
Da appassionato di sport seguiva tutte le discipline e, da emigrante, le imprese degli sportivi connazionali erano particolarmente sentite e motivo di orgogliosa appartenenza anche se sapeva obiettivamente apprezzare i grandi atleti anche se non erano italiani.
Oltre all’attenzione per il calcio, ricordo, tra tanti, il tifo per Pietro Mennea, Thoni e Gros, Sara Simeoni, Dino Meneghin e la soddisfazione tutta italiana per l’oro e l’argento ai Campionati Europei di Venanzio Ortis nel 1978.

Il tesseramento con il Cercivento
Nel 1979 Furio rientrò dall’Egitto. Si tesserò finalmente con il Cercivento ma ci disse molto correttamente che le possibilità di riuscire a giocare ancora erano remote proprio per questi impegni di lavoro che lo vedevano ancora sempre in viaggio seppure non più all’estero.
Portava il numero 44 di piede e mi disse un giorno: “tieni comunque sempre pronte le scarpe non si sa mai”. Avevamo comperato un paio di scarpette “Pantofola d’oro” n. 45 perché a Furio non piacevano le scarpe troppo strette; le portavo sempre nel borsone, nel cosiddetto “kit di sopravvivenza” per ogni emergenza.
Era una domenica, il Cercivento militava nel girone B di Promozione e si stava per giocare una partita amichevole di precampionato al “prater” di Cercivento. Furio non aveva fatto alcuna preparazione proprio perché ancora non libero da impegni.Durante il riscaldamento un nostro giocatore (di gran talento ma all’epoca anche di gran stramberia ed esuberanza giovanile) non gradendo il ruolo che il mister aveva assegnato, ancora prima che iniziasse la partita, rientrò negli spogliatoi e non volle giocare.
Con rabbia e sconforto guardai verso il pubblico e vidi in tribuna Furio, braccia conserte e pure lui “basito” per quello che era successo. Ci guardammo, ricordo ancora oggi come fosse solo ieri i suoi occhi azzurri, anzi di un celeste molto chiaro e luminoso, profondi e taglienti, e fu un lampo d’intesa: recuperai il kit e tirai fuori le scarpe numero 45 e Furio fu messo in formazione con il numero 9!
Mi disse con molta onestà: ”… sono in sovrappeso, non mi alleno da anni, ma se mi fate arrivare il pallone quando sono ancora fresco la rete la scuoto” (la reit a scjassé)
Ed andò proprio così: palla al centro, e quasi una replica dell’eurogoal che vidi fare alla Triestina anni prima, fece un grandissimo goal lasciando i tifosi increduli specie quelli che ebbero da ridire quando lo videro entrare a sorpresa in campo.
Furio in quella partita resse solo un tempo, ovviamente, ma fu chiaro a tutti che il campione era ancora lui, quello che faceva la differenza.
Mi disse che per qualche mese sarebbe stato a casa e che quindi avrebbe potuto giocare in campionato almeno fino a quando non sarebbe dovuto ripartire.
Si mise d’impegno e cominciò ad allenarsi gran parte da solo per la parte atletica: bruciò 10 chili e tornò davvero in forma.

Il segreto del calcio di rigore
Vederlo giocare finalmente a Cercivento era ogni volta una scoperta sia sotto il profilo umano che tecnico. Al termine di ogni allenamento si fermava anche più di mezz’ora per allenarsi sui rigori e sulle punizioni con barriere sagomate..
In particolare, mi sorprendeva la freddezza con cui tirava i rigori e non li sbagliava mai!
Gli chiesi un giorno se avesse per caso un qualche particolare segreto. Mi rispose: “ al contrario della maggior parte dei calciatori che si trovano sul dischetto prima del tiro e che hanno paura di sbagliare – io invece, penso, di sicuro ”cumò lu segni!” – che faccio goal.
Oggi i manager lo definirebbero come un atteggiamento determinato e assertivo, tipico di chi fa poche chiacchere, non trova scuse, si assume le proprie responsabilità e raggiunge gli obiettivi e senza lamentarsi delle difficoltà è capace di porsi in discussione ogni volta che “agisce” come chi al “novantesimo” ha il coraggio di presentarsi al dischetto per il “tiro” decisivo ed essere pronto alla prova.

La nuova partenza per lavorare
Avevamo in squadra il “bomber” che teneva impegnate le difese, consentiva alla squadra di stare alta e corta e di giocare bene e poi “segnava”; se nel corso di un partita potevano arrivare tre palle giocabili di sicuro una o due erano dei goals: ed in ogni caso creava spazi e consentiva inserimenti e belle giocate anche ai compagni: la squadra, con lui era veramente sicura e forte.
Purtroppo, però, già agli inizi della fase di ritorno, al culmine della forma e con una tripletta rifilata al Fusca, Furio dovette ripartire per il lavoro e non potemmo più avere il beneficio del suo apporto in campo e dei suoi goals decisivi: quell’anno giocando molte partite in meno comunque realizzò 19 reti ed arrivò secondo alla classifica cannonieri, solo dietro ad Urban Cesarino del Cedarchis che vinse la classifica con 21 reti.
Quell’anno arrivammo terzi, dopo il Cedarchis l’ Illegiana– che fu promossa in Eccellenza: a tutti fu chiaro che se Furio avesse giocato anche le restanti partite del girone di ritorno non sarebbero avanzati punti per gli altri e avremmo senz’altro raggiunto la promozione in Eccellenza con indiscusso merito in luogo della promozione in seconda categoria.

Il ritorno – “Il calcio di rigore”
Ben sette anni dopo, nel 1986, Furio rientrò e all’età di 32 riuscì ancora a giocare alcune partite con il Cercivento.
Eravamo in seconda categoria ed era l’anno del fortissimo “Mercato” di Tarvisio che vinse il campionato e fu promosso in Eccellenza con la potenza delle reti di Cappellaro, Vollero e Amodio, un attacco da “paura”.
Il Mercato arrivava a Cercivento imbattuto.
Furio era in formazione, non allenato e con molti chili in più, per cui giocoforza dovette fare la punta fissa senza i suoi soliti movimenti.
Perdevamo 2-1 ma, a 10 minuti dalla fine, fu decretato una calcio di rigore per il Cercivento per fallo proprio su Furio: dalla panchina non ci furono dubbi “Furio tiralo tu!”
Furio si avvicinò alla panchina e bagnandosi la nuca con la spugna ci disse: “Lauro, il portiere, ha giocato a Paluzza con me e mi sono allenato molti anni con lui ai rigori e quindi lui sa esattamente come li tiro.
Se volete che lo tiri io devo prendere il palo altrimenti me lo para …”.
Rimanemmo per un secondo sospesi, senza fiato, ma un attimo dopo non ci fu alcun dubbio: uno sguardo d’intesa e pugni serrati!”
Come sempre, Furio pulì con scrupolo il dischetto dai sassolini e dall’eccesso di gesso, posizionò con attenzione il pallone sul “punto” bianco.
Il portiere, l’ex compagno di squadra, lo fissava con una mezza smorfia fra il sorriso e lo sberleffo perché conosceva tutti i segreti di tiro di Furio dal dischetto ed istrionicamente pensava che ciò lo avrebbe condizionato di molto nel tiro, ma anche Furio lo guardava: un breve sorriso di saluto tra ex compagni e poi lo sguardo freddo e profondo.
Noi dalla panchina come un mantra ripetavamo fra noi ciò che Furio stava pensando in quel momento: “Ora lo segno, cumò lu ségni, ora lo segno, cumò lu ségni, …”
Poi, dopo momenti che sembravano incolmabili: un silenzio siderale, breve rincorsa, quattro passi piccoli, piede d’appoggio a lato del pallone, caricamento potente ed un tiro privo di qualsiasi indecisione. “Baam”, il portiere come una molla si distese sulla propria sinistra, intuendo il tiro … ma … “Baam”, … palo e dentro!
Al culmine dell’esultazione Furio venne verso la panchina per ringraziarci della fiducia e gli urlammo tutti “…pâl e dénti … palo e dentro … pâl e dénti!”
Tutti in quel momento entrammo nella consapevolezza di aver vissuto un momento speciale, unico, indimenticabile ed infrangibile al cospetto di un grande.

“Controluce” di un calcio di rigore
All’improvvisa notizia che Furio è mancato il 23 settembre 2015, le emozioni personali mi hanno portato indietro nel tempo a ricordare Furio come una persona dal grande spessore umano, molto sensibile e attaccatissimo ai valori della famiglia, del lavoro e dello sport. In particolare quello speciale “rigore” ed il segno emozionale che ha lasciato, nei valori, va ben oltre al singolare e ricercato gesto sportivo.
Se ben compreso, può essere d’aiuto ai giovani e alle persone d’oggi in difficoltà con le relazioni, il lavoro e gli obiettivi.
Le soluzioni nella vita come nello sport non possono prescindere da un passaggio necessario e fondamentale: il costante impegno, l’allenamento scrupoloso, sofferto e curato, l’attenzione ai minimi particolari e gli studi continui ed approfonditi verso sempre nuove e maggiori conoscenze.
Nulla avviene se nulla si fa e non ci si impegna con sacrificio.
Certo ci vuole anche una dose di fortuna, ma nulla accade a caso se non per le nostre scelte, giuste o sbagliate.
Dobbiamo essere pronti in qualsiasi momento alle chiamate quotidiane, alle prove della vita ad avere il coraggio di “tirare il calcio di rigore” ed essere pronti a farlo anche correndo qualche rischio ma sempre con determinazione e senza alibi o giustificazioni di circostanza.
Mandi Furio, “Pâl e dénti!” …


Un commento a ““CONTROLUCE” DI UN CALCIO DI RIGORE”

  1. Pieri ha scritto:

    Classe ’54 ci hai lasciato troppo presto, abbiamo condiviso assieme l’asilo a Pontebba, con Lorena e tutti i compagni del 1954, poi ti sei trasferito a Cercivento con la famiglia.
    Ci siamo ritrovati a Udine al Malignani nel 1970, a studiare per merito delle nostre famiglie che non molto sacrificio ci hanno dato questa possibilità.
    Tu eri già un promettente calciatore e ti impegnavi con tanta passione, io invece correvo con Venanzio e Cesare, ma non riuscivo mai a prenderli, perchè loro correvano più veloci di me.
    Ora che sei lì che ci guardi dalla Tribuna del Cielo, tienici un posto, va bene anche in panchina.
    Mandi,
    Pieri

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